Migranti: “Io sono Alì”, un bambino sopravvissuto

Oggi Alì ha 18 anni, era un bambino quando ha incontrato per la prima volta lo spettro della morte lungo la rotta balcanica. Alì è un sopravvissuto siriano, uno di quelli che per forza o fortuna si è messo in salvo. Non va sempre così, spesso non va com’è andata ad Alì.

Marina Del Fabbro, volontaria della Penny Wirton, scuola di italiano gratuita per migranti, di Trieste, ci propone qui un racconto drammatico e necessario, che fa riflettere sul valore dei confini che abbiamo tracciato a termine della seconda guerra mondiale: linee diafane sulla terra, oltre le quali da un lato si vive e dall’altro si muore.

Marina ci racconta la storia di Alì, tra una lezione e l’altra di italiano. E ci ricorda che al riparo dei nostri tetti sicuri, sotto le ali protettive dei nostri Stati di diritto, abbiamo il dovere di tenere sempre una finestra aperta sul resto del mondo perché la libertà è come un muscolo, va tenuta in esercizio oppure si atrofizza.

Io sono Alì
di Marina Del Fabbro

Io sono Ali.
Sono kashmiro.
Ho diciotto anni.
Sono musulmano.
Prego in moschea. Prego un’ora e mezza, in arabo. I musulmani dopo la morte andranno in paradiso. Ma non tutti. Bisogna pregare tanto, credere in Allah e in Maometto. Allah è molto grande, Allah è uno. Il paradiso è molto bello. Tutti sono felici.

Ho conosciuto Alì due mesi fa, si è presentato così. Studiamo italiano al cellulare, due volte a settimana. È un ragazzo solare, comunicativo. È contento di me perché cerco di ripetere le invocazioni in arabo che mi insegna. Dice che andrò in paradiso anche io.

“Cosa ti piace, Alì?”, chiedo.
“Mi piace l’Italia, mi piace l’italiano. Mi piace il caldo. Mi piacciono i bambini. Mi piace la musica italiana. Mi piace Bella ciao”.
Ride e si mette a canticchiarla.
“Mi piace il paradiso. Il paradiso piace a tutti. Mi piace dormire, il riso, il pollo”.

A quanto ho capito Alì ha vissuto la sua infanzia barricato in casa, guardando da uno spioncino i combattimenti per le strade nell’attesa di poter uscire a procurarsi un po’ di cibo. Eppure in qualche modo deve anche essere andato a scuola perché ha imparato a leggere e scrivere in kashmiro e sa anche un po’ di inglese. È partito per non essere preso dai soldati e dover sparare perché a lui non piacciono i combattimenti, non contro i bambini. È partito solo. I soldi per il viaggio li ha raccolti tra amici. La famiglia è numerosa e molto povera. Come stanno i familiari? Non lo sa, non li sente da anni. Un giorno mi ha raccontato del suo viaggio.

“Kashmir, Iran, Turchia, Serbia, Slovenia… In Croazia sono venuti con bastoni e cani. Eravamo sette ragazzi. Grande, grande problema: tutti bastonati. In testa, sulle spalle. Io in testa. Mamma mia, povero me. Faceva molto male. Tutti piangevano e urlavano. Piangevo. Tanto sangue. La polizia aveva mask, maschere nere. Era notte. I cani mordevano gambe e piedi. Per tre giorni non potevo dormire. Mamma mia. Problema grande, grande problema. Hanno buttato nel fuoco vestiti, scarpe, cellulari. Siamo tornati in Bosnia, in un campo”.

Alì ha subito davvero di tutto: sete no, perché “acqua dai fiumi”, ma anche quattro giorni filati senza cibo, “Ramadam no problema, io abituato”. Freddo, tanto freddo, paura, ruberie, violenze, incarcerazione compresa. Incredibile che sia sopravvissuto. È la cosiddetta rotta balcanica. Tutti conosciamo le sue atrocità e anche io ho già raccolto diverse testimonianze dirette. Eppure ogni volta è un pugno allo stomaco che toglie il sonno per giorni. “Adesso in Italia sto bene, benissimo. C’è rispetto, pace. Non c’è violenza. Però sono triste perché non ho documenti e senza documenti non posso lavorare”.

Alì è osservante. Ha rispettato il digiuno del Ramadam e “oggi maestra niente lezione” mi ha detto al cellulare una delle ultime volte.

“Guarda… sono sul molo, vedo il mare e mangio un gelato! Oggi è festa. Finito il Ramadam”.
“Ma certo, Alì, goditi la festa, e anche il gelato! Faremo italiano la prossima settimana. Inshallah!”

Ed eccolo qui Alì!

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