Volontariato: una “scuola di vita” per i più giovani
La testimonianza della liceale Sofia Vallorani che ha sperimentato l’insegnamento alla Penny Wirton di Roma grazie ai percorsi di alternanza scuola-lavoro
La Penny Wirton, scuola di italiano gratuita per migranti, è “una scuola di vita, una grande famiglia in cui tutti sono accolti e coinvolti e in cui ci si aiuta a vicenda”. Lo scrive nella sua testimonianza, al termine di un percorso di insegnamento nell’ambito dei progetti scuola-lavoro, la volontaria, studentessa del liceo Giovanni Keplero di Roma, Sofia Vallorani. La giovanissima insegnante sottolinea come alla Penny Wirton “scopo, prima ancora di insegnare regole grammaticali, è quello di fare in modo che tutti gli studenti si sentano a loro agio, accolti e mai giudicati”.
Ecco la sua testimonianza:
La Penny Wirton è una scuola speciale, una “scuola non-scuola” in cui persone provenienti da diverse parti del mondo imparano la lingua italiana in modo stimolante e innovativo. È nata tanti anni fa dall’idea di Eraldo e Luce di una scuola diversa.
Qui siamo tutti volontari ed è tutto gratuito. Il nostro scopo, prima ancora di insegnare regole grammaticali, è quello di fare in modo che tutti gli studenti si sentano a loro agio, accolti e mai giudicati. Non appena si entra, infatti, si respira un clima di grande accoglienza e collaborazione. Qui regna sempre anche quell’immancabile “confusione ordinata” che rende tutto più coinvolgente.
È proprio grazie a questa atmosfera che gli studenti si sentono sempre più entusiasti e motivati ad imparare, vedere intorno a loro altre persone che come loro stanno imparando, li incoraggia a continuare nonostante tutte le difficoltà che possono incontrare. Anche se le lezioni si svolgono maggiormente in modalità uno a uno o due a uno, è il contesto collettivo che fa la differenza: gli studenti si scambiano sguardi e si incoraggiano a vicenda. L’apprendimento avviene anche grazie al gioco: negli armadietti ci sono giochi didattici per ogni tipologia ed argomento che aiutano soprattutto i più timidi a sciogliere l’imbarazzo iniziale. È fondamentale che gli studenti capiscano che l’errore non è mai un fallimento ma fa parte del percorso e che non è una competizione tra chi apprende più velocemente.
Tra volontari si creano facilmente rapporti di amicizia, così come tra studenti e volontari. Mi sono trovata spesso a fare lezione con persone molto più grandi di me, ma anche più piccole. Questo ci dimostra che l’età non deve mai essere un ostacolo nelle relazioni tra persone e che anche i più piccoli possono insegnare qualcosa a chi è più grande di loro. Durante gli incontri avviene uno scambio reciproco: non siamo solo noi a trasmettere qualcosa agli studenti. Ho insegnato ad un ragazzo marocchino le stagioni in italiano e le ho imparate a mia volta in arabo, così come i mesi dell’anno e tante altre cose, anche in spagnolo. Ho ascoltato tante storie e scoperto tradizioni diverse. È sorprendente vedere quanta fiducia ripongano in noi e quanta gratitudine ci mostrino gli studenti.
A volte, nella vita, può capitare di sentirci un po’ esclusi dai nostri coetanei, magari a causa dei caratteri diversi. Allo stesso modo, ragazzi appena arrivati nel nostro Paese possono sentirsi soli e a disagio perché non conoscono la nostra lingua e di conseguenza non sanno come relazionarsi con noi, hanno paura di sbagliare. Per questo noi possiamo comprenderli e accompagnarli nel percorso di inserimento in una nuova comunità.
L’apprendimento della lingua infatti è il primo passo verso l’inclusione: è bellissimo vedere come colui che era un ragazzino egiziano appena arrivato in una nuova scuola, impaurito e diffidente, possa diventare, col passare degli anni e tanto impegno, un giovane uomo sicuro di sé che conosce l’italiano molto meglio di tanti madrelingua. È anche per questo che i libri che usiamo, creati proprio da Eraldo e Luce, sono intitolati “italiani anche noi”. Pensare che un progetto così grande, che coinvolge tutta l’Italia, sia nato semplicemente da un’idea di due persone, ci dimostra che, per dare vita ai grandi cambiamenti, bisogna partire proprio dalle piccole cose e che ognuno di noi, nel suo piccolo, può fare la differenza.
La Penny Wirton non è solo una scuola di italiano ma una scuola di vita, una grande famiglia in cui tutti sono accolti e coinvolti e in cui ci si aiuta a vicenda.
Ritengo che questa esperienza vada fatta almeno una volta nella vita, soprattutto quando si è più giovani. Anche se all’inizio può sembrare difficile e un po’ noiosa, insegna a responsabilizzarsi e a mettersi in gioco. Permette di ampliare il proprio modo di vedere la realtà, di guardare le cose da un’altra prospettiva e di capire quanto siamo fortunati ad avere tutto ciò che abbiamo, senza darlo mai per scontato. Ci sono tanti ragazzi come noi che non hanno avuto le nostre stesse possibilità, non hanno avuto ciò che per diritto gli spettava, come un’infanzia serena e un’istruzione assicurata. Un’esperienza del genere aiuta a sviluppare l’empatia e a diventare più sicuri di sé stessi. Ma soprattutto insegna che nella vita è bello fare le cose per il puro piacere di farle, non solo per avere qualcosa in cambio come le ore di Pcto.
Chiunque avrà l’occasione di provare, potrà capire da se che fare volontariato è tutto meno che una “perdita di tempo”. Sono grata e consapevole di sentirmi parte di un progetto molto grande: creare ponti tra culture. Solo in questo modo ci potremo avvicinare ad un mondo un po’ più inclusivo e accogliente.
